Fact Checking: come distinguere le bufale dalla realtà

Dopo l’elezione di Trump alla presidenza degli Stati Uniti, anche il nostro referendum costituzionale ha confermato la centralità dei Social. Ciascuno di noi può dire la sua, condividere, amplificare, sostenere, avversare. Capita però che parte degli argomenti siano infondati, imprecisi o proprio falsi.

Lo abbiamo visto: sia gli ultrà del Sì sia quelli del No hanno mixato nella propria comunicazione argomenti fondati, che avevano un senso, con balle epocali.

A chi spetterebbe separare il vero dal falso? Forse ai giornalisti. Che però, spesso, sono schierati quanto i politici e quindi finiscono con l’alimentare il flusso delle panzane. I talk show potrebbero chiarirci un po’ le idee: in fondo mettono pubblicamente l’una di fronte all’altra idee diverse. Potrebbero, se non si fossero ormai trasformati in ring tra urlatori di slogan.

Servirebbe confrontare affermazioni autentiche in modo chiaro. I giornali e la televisione non vogliono (o non possono) farlo? Ci sta pensando il web. Avete già sentito parlare di fact checking? Significa “verifica dei fatti”: attraverso la Rete, chiunque può contribuire a ristabilire la verità documentando in modo concreto e oggettivo come stanno le cose. La verifica dei fatti, in politica e non solo, può aprire una nuova forma di partecipazione e consapevolezza diffusa e, magari, spingere i giornalisti a fare davvero il proprio lavoro.

C’è chi ha iniziato, anche in Italia: date un’occhiata a pagellapolitica.it e a polygree.com, una start-up dell’Università degli Studi di Perugia.

Meno bufale, più conoscenza e condivisione. Se provassimo a ripartire da qui?

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